Grande partecipazione per ricordare S. Antonio Abate
Nel rito del fuoco il sacro convive con il profano
Poi arriva l'orgia carnevalesca
Festa di folclore riconducibile al rito
pagano del fuoco rubato da Prometeo agli Dei per offrirlo agli uomini. Si
realizza nella figura del Santo il capovolgimento del mito e dell'eroe pagano e
la festa del Santo diviene la festa del fuoco.
S. Antonio Abate, morto nel 356 all'età di 105 anni, eremita, asceta, patriarca dei Cenobiti è il patrono del porcello e
del fuoco.
La leggenda vuole che egli per controllare
se hanno subito violenza dai loro padroni, visiti di notte gli animali
domestici nelle loro stalle specie i porcellini. I motivi storici che portano
gli Antoniani, un ordine ospitaliero degli anni mille ad allevare e proteggere
il porcello, è l'uso del grasso di porco nelle terapie contro i disturbi
dermici e la eczeme sino al morbo detto di S. Antonio (lu fueco ti S. Antonio),
che era la diffusa e mortale "eczema dell'ergotismo" dovuto all'alimentazione
tardo medioevale dei contadini poveri, a base di pane di segale. Il pane di
grano era solo riservato all'ultimo desiderio al moribondo, da qui il detto
popolare "è trasuto a pani ti ranu" cioè prossimo a morire.
Ma il Santo è anche patrono del fuoco:
"S. Antonio ti lu fueco". In suo onore in ogni crocevia del paese si
preparano "le focarotte", mucchi di fascine accatastate a forma di
capanna o trullo provviso alla base di un cunicolo con la miccia che verrà
acceso a sera quando lo "sparo" indica la fine della funzione
religiosa e l'inizio della festa laica. E' questo il momento atteso da tutti:
bambini e fuochisti si danno un gran da fare attorno ai falò che pian piano,
dopo aver illuminato le strade e le case, mostrano imponenti le braci calde da distribuire
alla gente.
Il rito del fuoco quindi è un momento di
partecipazione collettiva, di liberazione e dismemoria del quotidiano
esorcizzato nell'abbuffata della tavolata finale, imbandita a poca distanza dal
fuoco. Mentre fervono i preparativi, i fanciulli rinnovano l'usanza fenicia
della purificazione (come notò Vittoria Fiore) saltando da una parte all'altra
della massa di fuoco rimasta, "attraverso le fiamme del Moloch",
dimostrando a tutti il loro coraggio e la loro prestanza giovanile, incitati
dai presenti. "Cresceranno sani e robusti, immunizzati dal fuoco
purificatore". Nel rito generato dalla cultura paesana e contadina, il
sacro convive con il profano: S. Antonio non è più quel Prometeo, divinità
pagana che ruba agli Dei il fuoco per offrirlo agli uomini egli è il Santo(e
qui il capovolgimento del mito)che offre agli uomini l'esempio del fuoco
dell'anima per il loro benessere spirituale;egli è l'Uomo che dalla fede (la
brace) trae colore, la passione ardente che gli permette di lottare contro i
demoni, che fa luce, che guida col fuoco che per sua natura si leva alto ad
indicare la via della salvezza e diviene eccellente simbolo della verticalità
ardente dell'uomo che tende a Dio.
Così senza rumore, soffiando lieve sulle
ceneri dei falò,il 17 gennaio, prende possesso dei giorni più lunghi e delle
menti:Il Carnevale. Monsieur le Charnage, a poco a poco, tra tavole imbandite e
veglioni, perde il sonno ma acquista in allegria, in belletti e grassi tanto da
farne di quest'ultimo l'aspetto caratterizzante negli ultimi giorni.
Il Carnevale ricorda le
"Baccanalia" e le "Lupercalia" degli antichi latini (feste
annuali in onore di Bacco e di Luperco, il dio fano), nel corso delle quali ci
si mascherava imbrattandosi il viso, si molestava i passanti mentre i sacerdoti
nudi, dipinti col sangue del capro immolato, colpivano con strisce di pelle le
spose per augurio di fecondità.
Mentre le allegorie dei carri della
sfilata, richiamano i riti propiziatori per la fertilità dei campi con i temi
sulla primavera (Rinascita), con i cesti di frutta, gli alberi infioccati di
lampadine colorate e "li capu ti morti" maschere contadine ricavate
da zucche vuote e illuminate all'interno da una candela. Riti e superstizioni
che si riallacciano a cerimonie orgiastiche della bassa latinità ma ancora vivi
e codificati nella memoria. Paure che passano lentamente con il passare dei
giorni quando aumenta la voglia di liberarsi da ogni giogo della quotidianeità
e si esplode irriverenti nella voglia di vivere. Il giovedì grasso corre per
tutti l'obbligo di mascherarsi, di andare ai veglioni. La piazza e
"pizzuli" circostanti pullulano di colori e di maschere che presto
invaderanno il corso cittadino. Poi la marea pian piano defluirà intasando le
case della cittadina.
"Lu Carniali" ha vinto, è il Re
dei giorni che seguono.Il Carnevale-Diavolo viene personificato di fatto dal
"Pupu ti pezza" la cui composizione è affidata alla fantasia
individuale e che comunque,deve essere colorato, ammiccante, fallico come un
Priapo, cinturato di corna e di ferri di cavallo. Sarà portato in giro per il
paese fino all'ultma sera a mano sui carri. Vivrà sino al termine del canone di
martedì grasso, l'ultmo giorno di Carnevale, che termina a mezzanotte, alle
dodici in punto. Si butta nel fuoco ogni avanzo della cena e con essi il
fantoccio, l'uomo-bestia che per tanti giorni aveva soggiogato tutti,
scatenando licenziosità, permissioni gratuite e irriverenze liberatorie in un
clima di euforico delirio. Il male, reso visibile e reale dalla fantasia
popolare nel "pupu ti pezza",viene esorcizzato e vinto ancora una
volta con un rito collettivo e con la viva fiamma del fuoco.
Centinaia di animali scolpiti nei sassi
tra gli uliveti di San Pancrazio
Quei piccoli misteri di pietra
Ma c'è pure la statua di un toro nascosto in un'abitazione
Cosa ci fanno tra le campagne di San
Pancrazio uno stampo a forma di testa di toro - la stessa dell'iconografia
micenea - ,centinaia di pietre di tutte le forme - disseminate per i campi -
raffiguranti pesci, vipere, caproni, cani, civette, colombe, elefantini,
addirittura una statua in pietra scolpita a forma di toro ed alcuni graffiti
che sul fondo di piccole piramidi tronche ricordano il teorema di Pitagora e le
prime concezioni del Sistema solare che furono elaborate dai filosofi della
Magna Grecia?
Già cosa ci fanno questi piccoli misteri
archeologici in un centro come San Pancrazio?
Un'anima che si possa raccontare dagli
eventi e dai monumenti architettonici proprio non l'ha:il paese ne fa un
cruccio da sempre. Da sempre la Storia è passata sfiorandolo appena o
addiriìttura non curandosene. San Pancrazio insomma non può raccontare a
nessuno di normanni, di svevi, angioini, di castelli, di francesi e spagnoli,
di borboni, di Carboneria, di brigantaggio. Niente di niente. Non ha memoria.
L'ha persa chissà quando, in incendi di archivi e in distruzioni di chiese.
Eppure la sua terra è un immenso, ricchissimo, cassetto di ricordi. C'è di
tutto tra gli alberi e le pietre delle campagne del paese: dai resti del
Neolitico ai villaggi della civiltà apula, dalle tombe messapiche ai vasi della
civiltà magno-greca,
dalle monete romane a quelle bizantine,
sino alle grotte del primo Medio Evo, esteso insediamento di cripte e caverne
naturali. Da anni questo cassetto di ricordi lo esplora in tutte le direzioni
Gino Muscogiuri, storico e ricercatore cittadino alle prese con la pubblicazione
di un volume sulla storia del paese. "Le prime tracce di vita umana nel
territorio di San Pancrazio appartengono al Neolitico e si continuano a
rinvenire nella contrada "Castieddhi", a nord della
Lecce-Taranto", racconta. "Si tratta di selci, pietre scheggiate,
punte di lance in ferro ed in bronzo. Inconfondibili sono poi i resti di
insediamenti capannicoli di interi villaggi della civiltà apula, rinvenuti
arando tra gli uliveti, insieme alle tombe terranee del periodo messapico,
loculi nel carparo ricoperti solo di cocci come tegole. "San Pancrazio
nacque come insediamento tra il canale Burraco e il canale Reale. Qui si
sviluppò sicuramente una piccola comunità e da queste capanne passarono e
s'incrociarono più vie durante la civiltà messapica, la Lecce-Manduria e la
Valesio-Manduria con la Oria-Nardò.
"Quella comunità, al centro delle
comunicazioni tra Adriatico e Jonio ebbe contatti un po' con tutti e
sicuramente ne ebbe tantissimi con le comunità greche come testimoniano le
numerosissime ceramiche lavorate e numerosi reperti da me rinvenuti".
Ed è su questi reperti e sul loro
significato che aleggia il mistero. Già, a chi apparteneva il famoso toro in
pietra nascosto in una misteriosa abitazione del paese, toro che in molti hanno
visto e di cui nessuno vuole parlare? A chi apparteneva lo stampo a forma di
testa di toro, anch'esso misteriosamente nascosto in un'abitazione del paese,
di cui Gino Muscogiuri conserva gelosamente la forma in gesso? A cosa servivano
quelle centinaia e centinaia di pietre tra gli uliveti del paese, scolpite
nelle più svariate forme, tutte riproducenti specie animali? Sopratutto, come
sostiene Gino Muscogiuri, parlano del teorema di Pitagora quei triangoli
tracciati su alcune ceramiche rinvenute? E ricordano le diverse concezioni del
Sistema Solare, come sostiene sempre Gino Muscogiuri, quei fondi di piramidi
tronche con più cerchi concentrici, con una sfera al centro ed un'altra più
piccola, sull'ultimo cerchio?
"Era la concezione dell'universo per
Aristarco di Samo e Filolao di Crotone", racconta Gino Muscogiuri,
"come la terra appesa ad un gancio che ne determinava, secondo le
oscillazioni, il giorno e la notte, era la concezione dell'Universo secondo
Pitagora. E due sfere appese a due ganci sono evidenti sui lati della stessa
piramide tronca che sul fondo ha incisi i cerchi concentrici".
Non dice altro Gino Muscogiuri. Non può
dire altro. Ma prima di andar via ricorda che la Magna Grecia era ad un tiro
d'arco da San Pancrazio, sulle coste dello Jonio, le stesse coste raggiungibili
con quei canali paludosi oggi interrati che proprio da San Pancrazio passavano
per raggiungere l'Adriatico.
di Antonio De Pascali
Tutto iniziò da Campo Appio
Taglia il paese per tutta la sua lunghezza l'antica via Consolare Taranto-Lecce;quella stessa via che un tempo entrava nella sua cinta muraria per poi dipartirsi da essa come "obbligatorie"per Lecce da cui dista 33 km.E' quanto documenta una donazione di terra alla chiesa di Brindisi,del 1107 , fatta dalla Normanna Sichelgaita,moglie di Goffredo,
Conte di Conversano e "Signore di Brindisi e di molti luoghi intorno".L'agglomerato urbano gravitava intorno ad una chiesa dedicata S.Pancrazio martire già esistente nel 1063,come si legge in un altra donazione :"le terre predette sono situate vicino la venerabile chiesa di S.Pancrazio nel luogo chiamato Appio".Dall'analisi di questo documento risultano evidenti due considerazioni:la chiesa di S.Pancrazio,già nel 1063,era considerata venerabile quindi importante e degna di essere onorata;il che fa supporre una rispettosa anzianità e ci porta indietro nel tempo e ci permette di ipotizzare la nascita sul finire del IX secolo ad opoera del vescovo latino Teodosio.Egli fissò in Oria la sua cattedra eresse per primo delle chiese e cappelle nella grande foresta oritana,suscitando le ire dell' imperatore Basilio e dello scismatico patriarca di Costantinopoli,Fozio.Seconda considerazione,la chiesa di S.Pancrazio non aveva ancora dato il nome all'insediamento urbano che nel 1063 le gravitava intorno poichè essa stessa insisteva nel luogo chiamato "Appio". Da ciò deriva che il nome dell'insediamento prima di chiamarsi S. Pancrazio era senza dubbio Campo Appio. Verosimilmente Campo Appio nacque in relazione con la via Appia, su un itinerario interno di collegamento tra la via Appia (direzione Mesagne) e l'antica via Messapica detta "via Sallentina" e poi in età moderna Traiana, verso lo Jonio. Sostituì quindi con la nuova posizione direzionale anche la vecchia arteria Messapica che collegava la contrada "Castelli" (zona prettamente Messapica e poi greco-romana) con Brindisi, lungo la direzione per Valesio, mentre conservò ampliandola quella per Muro Maurizio Mesagne Appia e Lecce Taranto. Nella sua naturale posizione geografica ben visibile oggi con il nome di S. Pancrazio, Campo Appio dimostra di aver svolto una importante funzione di nodo viario oltrechè di collegamento interno in periodo romano, sostituendosi alla via Messapica per il commercio indigeno più interna e paludosa, che aveva avuto come epicentro la zona detta di "Castelli" o "Muro Castelli"; e ancora, però, del tutto impropriamente Castelli di Muro. S.Pancrazio essendo Muro, terminologia prettamente bizzantina indicante i paretoni intermedi di difesa predisposti dai bizzantini per proteggere le coste joniche e Otranto in un periodo (il VI-IX sec.) quando il villaggio di nome S.Pancrazio non esisteva ancora mentre erano ben visibili e ancora in loco le "vestigia antiche" e le "mura cascate" della contrada detta perciò "li Castelli" o meglio "li Cascteddhri". Campo Appio è indicativo di luogo fortificato, adibito a difesa di una zona importante o quanto meno di un certo interesse strategico ed economico. Resti romanici sono stati rinvenuti sulla via per Mesagne, via S. Pasquale e nell'intera piazza Unità d'Italia. Anticamente il villaggio era a Nord della porta d'ingresso della Terra d'Otranto. L'antico Campo Appio, ora S.Pancrazio quindi è intriso di storia fino e soprattutto nelle fondamenta; era un nodo viario importante, situato in una zona salubre con acque abbondanti e pure, raggiungibile seguendo quattro comodi percorsi pubblici che lo hanno esposto alle molte incursioni, agli assalti e alle ripetute distruzioni (come dimostrano i continui ripopolamenti ai quali sono ricorsi i vari arcivescovi, baroni dle luogo per elargizione o privilegio) dal 549 con Totila (l'immortale) fino a giungere all'ultima invasione dei Turchi, del 1547, della quale è testimonianza l'affresco murale scoperto su di una parete interna dell'attuale chiesa di S. Antonio. E' una storia plurimillenaria quella di S.Pancrazio e del suo territorio.
Una storia fatta di nomi
Vi si insediò forse una tribù germanica?
A volte, quando è del tutto assente la storia di un piccolo centro, la si può costruire anche da piccole insignificati particolari.
Manca del tutto ogni riferimento archivistico? Basta dare un’occhiata alla disposizione urbanistica
Ed allo sviluppo cittadino in funzione delle grandi vie di comunicazione provinciale e nazionale per stabilire perché il paese si sviluppò in un certo modo.
Nessun monumento architettonico di valore che abbia mai incuriositi gli specialisti?
Basta frugare tra i toponimi delle contrade: racontano con un sol termine più di architetture di castelli e chiese o delle storie delle famiglie feudali.
Quanto praticamente a fatto lo storico cittadino Luigi Muscogiuri per San. Pancrazio, piccolo centro del Brindisino che di memoria sembra non averne per niente.
Il ricercatore, in procinto di pubblicare un volume sulla cittadina, attraverso il rinvenimento di importanti reperti di più epoche, dal Neolitico al primo Medio Evo, ha per lunghe linee imbastito
Un filo logico che descrive la storia del suo paese.
Si viene dunque a sapere che San. Pancrazio prende il nome da una piccola cappella, probabilmente
di rito latino, che da fonti d’archivio, una delle pochissime conosciute sull paese, risulta essere in
piedi nell’ anno 1096 dopo Cristo.
Quella cappella doveva essre il tempio della comunità che per più secoli aveva vissuto nelle moltissime grotte presenti nelle campagnie cittadine e che fu presto infeudata dai normanni per essere donata alla curia arcivescovile di Brindisi.
Poi praticamente lo stesso destino della vicina San. Donaci, cittadina con qui divide la stessa assenza di memoria storica e culturale.
Nonostante paludi e foreste si rileva da una nota d’archivio che, nel Quattrocento, l’arcivescovo
Geronimo Leandro amava fermarsi spesso presso i due paesi per l’aria salubre e la tranquillità di quelle terre.
Nel 1489 il villaggio subi la prima grande distruzione per mano dei turchi – erano gli stessi del
Sacco di Otranto – ed una seconda volta, era il 1547, sempre per mano dei turchi, fu nuovamente raso al suolo.
Altro, di rilevante, tra quelle case e quelle strade non è mai avvenuto.
" Se pochissimi sono i dati certi sulla storia di San Pancrazio molti sono invece gli spunti che si possono trarre dai toponimi delle contrade ", racconta Luigi Muscoggiuri.
" Cosa dire per esempio della contrada "li farai ", nei pressi dell’insediamento grattale in qui
Vissero i nostri progenitori del primo Medio Evo.
"Fara", in lingua germanica stava a significare"tribù", "famiglia", "clan".
Forse una tribù germanica-longobarda? – si insediò chissà quando proprio tra quelle grotte? Probabile.